Solo metà della spesa è a carico dello Stato
Uno studio dei commercialisti stima l’effetto fiscale indotto dal superbonus
Una misura più costosa di quanto previsto (61,2 miliardi contro i 36,5 preventivati, secondo le cifre del ministero dell’Economia). Ma che, allo stesso tempo, ha avuto un ritorno finanziario per le casse pubbliche maggiore di quanto previsto. I numeri elaborati solo poche settimane fa dal Consiglio nazionale dei commercialisti aggiungono elementi al dibattito di questi giorni sul superbonus. E, sebbene utilizzino una metodologia diversa rispetto a quella (più restrittiva) usata nei conti pubblici, hanno il merito di provare a misurare in modo realistico la spinta che il giro d’affari aggiuntivo indotto dalle agevolazioni porta all’economia.
La ricerca arriva, così, a una conclusione: nel biennio 2020-2021 (quindi, nel primo anno e mezzo di vita del superbonus), a fronte di un euro di uscite dalle casse dello Stato, sotto forma di crediti di imposta e detrazioni fiscali, sono 43,3 i centesimi che rientrano: quindi, il costo netto è di 56,7 centesimi. Il risultato deriva dagli effetti moltiplicativi della misura.
Il documento, in sostanza, adotta un modello alternativo rispetto alle relazioni tecniche che hanno accompagnato i diversi provvedimenti normativi di questi anni, stimando gli effetti del vecchio 110% (e dell’attuale 90 per cento). L’ipotesi alla base di questo modello è che non vadano considerati solo i costi, ma vada misurato l’impatto complessivo della maxi agevolazione sull’economia. Per fare questo, si misura l’effetto fiscale aggiuntivo indotto dal superbonus 110%, che tiene conto dell’impatto che l’agevolazione esercita sul settore edile e sull’economia in generale.
Per tenere conto di questo effetto iperespansivo, la ricerca mette in fila i principali dati di contabilità nazionale relativi al 2021. Quindi, i dati relativi a Pil, valore aggiunto, investimenti, occupazione e fatturato delle imprese. Nel 2021, il settore delle costruzioni ha incrementato la produzione totale del 20,2% e il valore aggiunto del 21,6 per cento. Quest’ultimo è stato 3,2 volte più alto del tasso di crescita totale dell’economia. Addirittura, nel biennio pandemico 20-21, il valore aggiunto del settore costruzioni è cresciuto del 14,7%, a fronte di un calo di quello totale dell’economia del 2,3 per cento.
Solo nel 2021, allora, questo effetto fiscale extra vale poco più di 12 miliari di euro (12.174 milioni, per l’esattezza). Un valore legato alle maggiori entrate Iva e alle imposte dirette collegate alle nuove basi imponibili generate dall’incremento di produzione e dagli aumenti di reddito. Secondo lo studio, infatti, il superbonus avrebbe indotto una spesa aggiuntiva pari a 28,2 miliardi di euro circa. Quindi, se da una parte il costo lordo per lo Stato in quell’anno è stato di 28,1 miliardi di euro, il costo netto, ottenuto considerando l’effetto fiscale indotto, sarebbe pari a 15,9 miliardi. «Vale a dire - conclude lo studio - che per ogni euro speso dallo Stato sotto forma di agevolazione fiscale per i bonus edilizi, rientrano nelle casse dello Stato 43,3 centesimi per un costo netto di 56,7».
Altro elemento interessante per il dibattito di questi giorni: insieme alla super aliquota al 110%, l’altro elemento decisivo per spingere il superbonus ai risultati che ha raggiunto è stata la possibilità di scontare o cedere il credito a terzi, che ha avuto «un effetto fortemente espansivo che ha fatto lievitare oltre misura sia il costo lordo per lo Stato sia le maggiori entrate generate dagli effetti moltiplicativi». Proprio le cessioni, cioè, sono state uno dei catalizzatori essenziali per far crescere i numeri del superbonus.
Salva casa, occhio ai rischi per i tecnici asseveratori
di Guglielmo Saporito e Filippo di Mauro







