Il contributo analizza criticamente la cosiddetta «liberatoria» condominiale, figura di prassi largamente utilizzata nella gestione del condominio edilizio e, in particolare, nella circolazione delle unità immobiliari. Muovendo dalla ricostruzione della genesi storica dello strumento e dalla sua affermazione nella prassi amministrativa e notarile, l’articolo esamina la natura giuridica chiarendo la qualificazione come dichiarazione di scienza priva di efficacia costitutiva o liberatoria in senso proprio.
L’analisi si sofferma sui rapporti tra liberatoria e disciplina legale delle obbligazioni condominiali, con particolare riferimento all’art. 63 disp. att. cod civ. e alla responsabilità solidale dell’acquirente e sul ruolo delle delibere assembleari nella genesi dell’obbligo contributivo. Attraverso il confronto con i principali indirizzi dottrinali, il contributo evidenzia i limiti strutturali dello strumento, i rischi di un suo uso improprio e i profili di responsabilità dell’amministratore. Propone, in conclusione, una lettura sistematica della liberatoria quale atto improprio di prassi, utile sul piano informativo, ma incapace di incidere in modo definitivo sulle obbligazioni condominiali.

Nozione, uso terminologico e genesi storica della prassi
Nel linguaggio corrente della gestione condominiale il termine «liberatoria» è comunemente utilizzato per indicare il documento rilasciato dall’amministratore in occasione della compravendita di una unità immobiliare. Il lemma - che non corrisponde ad alcun istituto giuridicamente tipizzato - designa impropriamente quella che deve essere qualificata come attestazione dello stato dei pagamenti condominiali, ossia una dichiarazione ricognitiva della posizione contabile del condomino a una determinata...


